Programma attività nel borgo

I TARANTOLATI DI TRICARICO DAL 1975
Il gruppo dei Tarantolati di Tricarico, nato nel 1975, deve i suoi allori al mitico locale romano FOLK STUDIO diretto da Giancarlo Cesaroni.
Gia'
dall'uscita del primo LP si e' differenziato dagli
altri gruppi di musica folk nazionali per il suo
grande spessore ritmico, trascinante, di impatto
immediato, oseremo dire globale in quanto non e'
necessaria nessuna tecnica esecutiva, ma esplica un
atteggiamento che ogni comune mortale e' in grado
di eseguire partecipando emotivamente con qualsiasi
mezzo. Da questa premessa tutti i noti musicisti
italiani si sono cimentati con il gruppo in varie
session che sono state affrontate senza nessuna
preparazione ma pura e semplice improvvisazione.
Il più delle volte ha mandato in delirio le platee,
vedi 'Bruxelles 1978 :
ROCK AGAIN RAZISM', si e'
confrontato in
BRASILE con un
gruppo di samba della PRIMA SCUOLA DI SAMBA DI RIO
DE JANIERO.
Il gruppo e' l'unione di tutto ciò che la musica
etnica richiede per concretizzare al massimo la sua
espressivita' differenziandosi per originalita' al
Festival internazionale di Musica e danza di LAS
VEGAS, il
COUS COUS FEST di San
Vito Lo Capo, il Festival internazionale di musica
popolare
ROMA INCONTRA IL MONDO a Villa
Ada, il
BLUES IN TOWN WORLD MUSIC ed
il
Nazionale Festival Premio De Andre'
tenutosi
a Roma. Primi ed unici rappresentanti della cultura
e della musica etnica nel mondo, sono stati ospiti
dell' l'Ambasciata italiana in Romania a
BUCAREST per la
Festa della Repubblica Italiana ed in
RUSSIA con il
primo premio internazionale dell'Accademia di
musica Russa come in molti lavori discografici
sopranazionali: SUD OPEN SOURCE e il GREETINGS FROM
ITALY (Berlino).
Riconosciuti a livello internazionale grazie al
grande successo avuto in seguito al
WOMEX COPENHAGEN, al
concerto Accademia della Musica svoltosi a Venezia
ed elle collaborazioni con grandi della cultura e
dello spettacolo:
Dario Fò (Palazzina
Liberti Milano),
Roberto Benigni,
Renato Carosone,
Guccini,
Francesco De
Gregori, Il
canzoniere del Lazio, Nuova Compagnia di canto
popolare, hanno partecipato alla colonna sonora del
noto film
LE ROSE DEL DESERTO di
MARIO MONICELLI.
Negli ultimi anni l'opera de I Tarantolati di
Tricarico va oltre ogni limite: si prestano ad
un'esecuzione d'insieme multiforme, performance
chiare e scintillanti, cupe e tenui se il testo lo
richiede, permettendo all'ascoltatore di percepire
immediatamente l'elevata qualita' della messa in
opera dei vari MUSICAL. SACRE TERRE: con regia di
Giovanna D'Amato e con la supervisione di Pamela
Villoresi e E FECERO L'ITALIA con regia del noto
siciliano Bibi Bianca. I Tarantolati di Tricarico
sono stati graditi ospiti e protagonisti di
numerose trasmissioni televisive sulle reti RAI: 1°
MAGGIO NOCERA TORINESE diretta RAI2 - GATTA MAMMONA
in prima serata RAI2 -
ITALIA BELLA MOSTRATI
GENTILE -
GEO e GEO -
SERENO VARIABILE,
SABATO E DOMENICA
RAI1,
MTV e molte
altre note trasmissioni regionali.
Da sempre. Il gruppo, si propone di fare e dare
energia in movimento. Il cuore della tradizione di
Tricarico, i tamburi e l'acquasantiera. Messa da
parte l'acquasantiera, i tamburi e il fiasco di
vino.
Celebrazioni laiche e pagane restituite al calore
di piazze affollate che, sotto l'austerita'
dell'inesorabile bum bum, portano avanti lo spregio
tradizionale per le ingiustizie quotidianamente
subite. Reazioni dirette senza mediazioni cantate
con perizia e suonate con rigore.
Gli impossessati alla riscossa, alla caccia della
gatta mammona, lei e' responsabile di ogni cosa...
da anni sottraggono all'erosione del tempo ed alla
scomparsa delle vecchie generazioni il prezioso
passaggio di un ricordo.
Un atto sonoro che e' un atto di fede,
sopravvivenza e materia viva. Da queste parti la
trance paradossalmente come in una discoteca
raggiunge le ore piccole.
La possessione scioglie il passo di danza e le
mani, sulle corde della chitarra o sulle pelli
tirate dei tamburi, proseguono inesorabili la loro
corsa verso l'ossessione.
Catartica come ogni atto liberatorio, necessaria
come ogni sana emozione...

Cantore di lotte e tammorre che incontrò anche Fellini
Da trent’anni è un’icona della musica popolare: dai “Zezi” al teatro e al cinema dei maestri, la storia di un grande personaggio. Cantavamo lo sfruttamento, lo sciopero dei contratti e i ritmi delle fabbriche. Il grande regista mi chiamava Marcellone. Incontrai Peter Gabriel: lo scambiai per un fan
Silenzio in sala, buio della scena, una voce profonda, quasi ancestrale riecheggia nel teatro. Marcello Colasurdo attraversa lentamente il corridoio, con quel suo look da sciamano, i cerchi all’orecchio, i pendagli e gli amuleti che ciondolano su lunghe vesti, le braccia distese verso il pubblico, come fosse un sacerdote che dispensa i suoi auspici, pronto a impossessarsi del proscenio. A un certo punto il suono antico e potente della tammorra asseconderà la sua voce. È sempre questo l’incipit dei suoi spettacoli. Non importa se si tratta di esibirsi il lunedì in Albis al Santuario della Madonna dell’Arco o al Womad, il festival internazionale ideato da Peter Gabriel. Una contagiosa energia si sprigiona sempre insieme alla sua paranza, solitamente disposta in un rituale semicerchio, per introdurre canti devozionali o ballate popolari, come avviene al Carnevale di Montemarano, alla Madonna delle Galline, alla salita del Monte Somma, in occasione di feste religiose o propiziatorie.“Ho cominciato a fare il cantore di mestiere nel ‘96″, racconta Colasurdo, icona della musica popolare da oltre trent’anni, personaggio che segue un percorso artistico pronto a sopravvivere a mode e tendenze. Grazie a una voce nata sul confine tra i campi di Pomigliano e le sirene delle fabbriche, Colasurdo racconta una storia che non c’è più, la storia di una trasformazione sociale destinata a infrangersi sul referendum Fiat dello scorso giugno. Una voce senza tempo, legata alla cultura orale e contadina, che non smette di affabulare il pubblico in piazze e teatri non solo italiani. Sempre accompagnata dal suono della tammorra. “Il tamburo è il più grande strumento di comunicazione che hanno i popoli”, continua il cantore del Vesuvio, una lunga gavetta con ‘E Zezi, poi a una carriera solista che dalla musica lo ha portato anche al teatro con “L’Histoire du soldat” e al cinema con “L’intervista” di Fellini. Fino all’incontro con Peter Gabriel e all’incisione del disco per la Real World “Lost Souls – Aneme Perze”, insieme agli Spaccanapoli.“Negli anni ‘70, dopo un periodo di lotte, riuscii ad entrare in fabbrica. Ma non alla catena di montaggio, ero addetto alle pulizie all’Alenia di Pomigliano d’Arco…”, racconta l’artista nella sua abitazione di Pomigliano d’Arco, ricordando ancora il suono della sirena per il turno delle sei. “E pensare che prima da noi la sveglia la facevano i galli… Pulivamo le aree industriali, si parlava con gli operai, si condividevano i problemi, era la stagione delle lotte nelle fabbriche”. Un impegno che continuava anche una volta finito il lavoro. “Ci riunivamo in quella che affettuosamente chiamavamo ‘a casarella, una piccola abitazione della periferia, vicino alla campagna”. Ci andavano contadini, operai, artisti. Marcello ne ricorda alcuni. Tonino ‘o stock, Angelo De Falco, Matteo D’Onofrio, Miciariello, Felice Fiorillo, Enzo La Gatta. “È lì che sono nati i Zezi. Cantavamo la nostra storia, quello che vivevamo sulla nostra pelle, lo sfruttamento, lo sciopero dei contratti…”.Argomenti che trent’anni fa finivano nelle canzoni, come nella celebre “Tammurriata dell’Alfa Sud” dei Zezi. “C’era un poeta operaio, Salvatore Alfuso, detto Scià Scià, che ci raccontava della storia di un contadino che divenne proletario. Espropriato della sua terra, cominciò a fare i conti con i ritmi della fabbrica. Facevamo musica popolare, con i nostri canti a fronna, memoria di una civiltà contadina mai morta. Si cantava e molti operai rispondevano, proprio come facevano una volta i contadini. Quasi alla maniera blues. È un canto legato alla scala araba e orientale. Possiamo dire che noi siamo multietnici da sempre”. Un canto dalla storia millenaria che negli anni Settanta si è trasformato in canto di lotta. Lasciata la fabbrica, si era pronti a salire sui palchi. “Facevamo concerti proletari. Rispetto agli altri compagni ci sentivamo fortunati, avevamo la possibilità di cantare la nostra rabbia e di sensibilizzare il pubblico”.La notorietà del collettivo operaio che coniuga il folk con l’impegno arriva anche fuori confine. “Abbiamo suonato in diversi paesi europei”, rammenta con un sorriso. “Una volta gli amici mi fecero uno scherzo. Andavo per la prima volta in Germania e mi dissero che non potevo stare con loro in aereo perché ero in sovrappeso… Poi, salito a bordo, chiesi un caffé e credevo di doverlo pagare. Era la prima volta che viaggiavo, io umile cantore operaio di Pomigliano, e non sapevo che quel privilegio fosse compreso nel prezzo. Chiesi un’aggiunta di latte. Un altro disastro. Sbagliai bustina e sciolsi nel caffé un profumo invece del latte. Con il cucchiaino giravo, giravo… Da allora, ogni volta che prendo l’aereo, la prima cosa che faccio è strappare la bustina della salvietta profumata!”. Per il viaggio in America con le Nacchere Rosse, invece, il problema fu quello del visto al Consolato. “Gli americani si impressionarono per il nome, Nacchere Rosse, un colore che associavano alla fede comunista. E così ci fecero il terzo grado. Chiamammo l’interprete e gli spiegammo che ci chiamavamo così perché dalle nostri parti c’era la coltivazione del pomodoro… E ci fecero passare”.Ma nel ‘96 arriva la lettera di licenziamento e Colasurdo sceglie di continuare con la musica e con il teatro. Fino a quando non viene chiamato da Federico Fellini. “Marcellone!, mi chiamava così. Era il film “L’intervista” e io interpretavo il ruolo di un marajà… “. Un incontro nato per caso. “Fellini si ritrovò tra le mani una mia fotografia, un primo piano, io ero truccato da donna, da zeza, mi disse che lui amava trovare personaggi insoliti, li immaginava, li sognava. Finii anche in una sua mostra, nel suo catalogo dei sogni”. La disarmante semplicità di Marcello Colasurdo rimanda ad un altro aneddoto, raccontato dagli amici musicisti e da lui stesso ricostruito, allorché scambiò Peter Gabriel per uno dello staff inglese negli studi di registrazione della Real World a Bath, in Inghilterra. “Facemmo un concerto con gli Spaccanapoli e la sera vedevo una persona che si aggirava nel camerino con una piccola telecamera. Una volta si avvicinò, mi prese la mano e se la mise sul cuore. Pensavo fosse un ammiratore o uno del servizio d’ordine. Poi il produttore mi fece un segno disperato, e quando capii non potei che scusarmi genuflettendomi. Un grande artista, semplice e straordinario”.Dopo qualche anno la soddisfazione di aprire alcuni concerti italiani di Peter Gabriel, compreso quello all’Arena Flegrea di alcuni anni fa. “Quando la notte torno a casa dopo il concerto, mi sento bene, avverto una sensazione di pace, so di aver fatto qualcosa per la gente”. Si gira Colasurdo, come a ricercare nell’aria un tempo perduto. Tira un sospiro e continua pacatamente. “Io sono nativo di Campobasso, sono figlio di una ragazza madre, arrivai a Pomigliano al dieci o dodici anni e non ho mai conosciuto mio padre. Quello adottivo sì. La musica è stata la mia grande fortuna”. Fra alti e bassi di una carriera che non è paragonabile a quella di una popstar, in termini di dischi venduti o di biglietti staccati al botteghino. Ma quando si presentò l’occasione di incidere per la Real World, Marcello Colasurdo non ebbe esitazioni. Era l’occasione della vita. Che però comportò la scissione dai Zezi. “Mi piace ricordare i momenti belli, come i concerti di solidarietà”, conclude il cantore del Vesuvio. “Una volta ci trovammo a un concerto per i bambini dell’Africa e capii che quando suoni per queste persone non c’è cachet che tenga… Meglio una tammurriata che una guerra!”
BANDADRIATICA
Video
Ritorna nel 2010 il travolgente live della
BandAdriatica di Claudio Prima che ha infiammato le
piazze di mezza Europa.
Il successo dell'ultimo cd
Maremoto prodotto da Finisterre (unico cd italiano
presente nelle classifiche del WOMEX) ha
consacrato
la banda come una delle piu' interessanti
formazioni del panorama nazionale che operano sulle
musiche
di confine.
Negli ultimi tre anni la banda ha collaborato con
Naat Veliov and Original Kocani Orkestra, Raiz e
Radicanto, Eva
Quartet (da Les mystere des voix
Bulgares), Dario Marusic (Istria), Bojken Lako,
Redi e Ekland Hasa (Albania), Ivo
Letunic, Mateo
Martinovic (Croazia) e ha reallizzato nel 2008 il
progetto Rotta per Otranto - 15 musicisti,
un
veliero e 400 miglia in Adriatico diventato un
film-documentario che racconta di uno straordinario
tour di
concerti e di incontri nei porti
dell'Adriatico.
Ginevra di Marco
Quanto la sua presenza sia fin da subito importante e non solo dal punto di vista musicale lo decreta il successivo In Quiete, testimonianza live che vede la Di Marco assurgere prepotentemente al ruolo di comprimaria. A questo punto è già molto più che una voce: il timbro dolce e carnale, la chiarezza dello stile, una passione senza risparmio, tutto in lei sembra accadere come un ideale contrappunto alle asperità della band. E' la nota mancante, quella che alleggerisce e assolve, il calore e il colore di cui il nuovo corso del sodalizio Ferretti-Zamboni con Magnelli, Canali e Maroccolo aveva bisogno per sbocciare definitivo.
Da allora, tanto su disco che sul palco, Ginevra agirà in prima linea, appena un passo indietro rispetto a Giovanni Lindo di cui è ombra luminosa, altro inseparabile, respiro segreto. Le composizioni iniziano a strutturarsi anche attorno a lei, proprio come il materiale pregresso che trova attraverso la sua voce nuovi sbocchi espressivi: una grazia pietosa, in virtù di una memoria sempre viva. Ginevra accoglie e assume su di sè il gravoso pathos ferrettiano per restituirlo intenerito, caldo, umano. Ne indaga l'aspetto terreno, ne rivela la trepida spiritualità: Linea Gotica (1996), Tabula Rasa Elettrificata (1997) e La terra, la guerra, una questione privata (1998) sono i capitoli di una band all'apice.
Intanto nasce e si consolida l?intesa tra Ginevra e Francesco Magnelli, mente compositiva della band, tastierista e pianista estroso, sempre in cerca di aperture e di nuove modalità espressive.
Il sodalizio frutterà dapprima una curiosa escursione 'cinematografica' (la sonorizzazione del film muto Il Fantasma dell'Opera) e quindi, finalmente, Trama Tenue (1999), il debutto in solitario di Ginevra, un disco che è planare spirito e precipitare carne come fosse il più naturale dei gesti. Al plauso della critica corrisponderanno il Premio Ciampi e il Tenco come miglior artista esordiente.
Risale a questo periodo l'intensificarsi della collaborazione con Max Gazzè, conosciuto in occasione del progetto-tributo al grande musicista inglese Robert Wyatt. Oltre a vedersi reciprocamente partecipi in Max Gazzè e Trama Tenue, Max e Ginevra suonano spesso insieme, si conoscono meglio e scoprono che i loro mondi, apparentemente così lontani, in realtà hanno molto in comune. Nello stesso periodo esce, su etichetta Il Manifesto, il primo disco dal vivo di Ginevra dal titolo Concerto n. 1 - Smodato Temperante (2001), testimonianza del tour semiacustico dell?anno precedente. Le circostanze live spingono a scavare dentro le melodie e i suoni, cercandone i riverberi più nudi e segreti, indagando lo spazio e l'energia che cova tra l'avvenire elettrico ed acustico, l'intima coesione tra voce e strumento. Ginevra si gioca la carta della voce sul tavolo della canzone, con disarmante semplicità, senza alcun compiacimento. Lascia che la canzone vinca la posta, in modo che anche canzoni non sue come Korakanè (di De Andrè) o Ederlezi (tradizionale rielaborato da Bregovic) sembrano letteralmente nascerle dentro.
Il 29 giugno del 2001 gli ex CSI, escluso il dimissionario Massimo Zamboni, si ritrovano insieme sul palco di Montesole, sul crinale dell'appennnino che vide l'eccidio di Marzabotto, per un concerto dedicato alla memoria di Don Dossetti. Quel giorno, quella magica sera è documentata in Montesole (2003) - nascono in pratica i PGR (acronimo di Per Grazia Ricevuta). Il debutto della nuova entità avviene nel 2002 con l?omonimo album su etichetta Universal. L'organico dei PGR ricalca quello dei CSI tranne, naturalmente, Zamboni, ma le sonorità si spostano con decisione verso l?elettronica, previa l'arte esotica e raffinata del produttore francese Hector Zazou.
Ginevra è ormai a tutti gli effetti uno dei motori del gruppo, compone le melodie cui presta una voce sempre più duttile, ulteriormente arricchita dalle calde sfumature acquisite dall?essere diventata mamma. Ancora incinta di Jacopo, accetta di accompagnare Max Gazzè in un tour nei teatri che li vede impegnati da gennaio a marzo del 2002. Successivamente si imbarca nell'avventura dello spettacolo teatrale Iris (ispirato ad un racconto dello spagnolo Manuel Rivas). Esperienze che le permettono di entrare in contatto con artisti, generi e forme di diversissima estrazione, realt? a cui sembra adattarsi con splendida naturalezza.
Nel 2004, assieme a Magnelli, lascia i PGR per seguire altre direzioni. Si arriva così a Disincanto (2005), frutto dolciastro dal cuore amaro, undici episodi di grande versatilità. La coerenza del percorso di Ginevra rimane intatta, non si disperde e continua a spianare la sua narrativa luminosa e appassionata, impreziosendola di ombre e sfumature, di scatti e giustapposizioni. Raccoglie cioè il frutto di tutte quelle esperienze che le hanno insegnato il mestiere dell'essenzialità e della floridezza, l'imprevedibile complessità dei margini, il peso specifico delle sfumature, la complessità dello stare al mondo, su questo mondo, in questo tempo.
Nei due anni successivi Ginevra si dedica quasi esclusivamente alla grande esperienza musicale e di vita intrapresa con Stazioni Lunari. La natura itinerante del progetto, ideato da Francesco Magnelli, le permette di allargare ulteriormente gli orizzonti.
Conosce nuova musica e nuovi musicisti, impara a comprendere ed a interagire con altre situazioni trovando finalmente quel terreno fertile (da sempre desiderato) in cui la musica è l'unica vera protagonista. Inizia il suo nuovo grande viaggio: quello che passa per la tradizione e i canti popolari. Arriva così a registrare l'ultimo suo disco.
Stazioni lunari prende terra a puerto libre, in uscita a fine ottobre 2006. Canti dal margine della Storia, da un mondo profondo e dimenticato: Romania, Ungheria, Grecia, i Balcani, gli Slavi, i Rom, il Portogallo, la Bretagna, il Messico, il Cile, gli italiani del Sud e quelli di Toscana. Arrangiamenti e rivisitazioni volti a coinvolgere il pubblico con il calore ed il sapore delle feste di paese, delle danze, della musica cantata dalla gente. Da sempre.
Una progressione che sa di ritorno a casa, a quel retroterra vivo, radicato tra cuore e memoria, che da sempre distingue la cifra espressiva di Ginevra.
Kocani Orkestar
A Kocani, piccola citta' della Macedonia a pochi
chilometri dal confine con la Bulgaria, batte il
cuore musicale dei Balcani. Merito della Kocani
Orkestar, "brass-band" di sette virtuosisti degli
ottoni, che produce suoni chiassosi, ipnotici e un
po' alticci, tra randellate di basso tuba e
impennate di tromba. "E' pura tradizione orale -
racconta il "capobanda" Nat Veliov-. Le melodie
vengono trasmesse di padre in figlio; qualche volta
le prendo dalla strada e le riarrangio a modo mio".
L'organico della banda e' ridotto: un paio di
trombe, tre tube, clarinetto, sassofono,
fisarmonica e percussioni (con strumenti
tradizionali come la "zourna", una specie di oboe,
e il "tapan", un tamburo bipelle). Ma tanto basta a
dar vita alla travolgente girandola di timbri,
accenti e colori, che anima il secondo album
dell'Orkestar:
L'Orient est rouge ("L'Oriente
e' rosso", dal titolo di una vecchia canzone
comunista cinese diventata un hit nella Jugoslavia
di Tito). L'eredita' delle fanfare dei giannizzeri
e dell'esercito ottomano, aggiornata dalle bande
gitane, si mescola con i ritmi della tradizione
bulgara, turca, rumena, macedone e serba. Molti
motivi sono danze tradizionali: "cocek" (se
femminili) e "oro" (i balletti collettivi in
circolo). Ma non mancano contaminazioni con moderne
rumbe e stilemi jazz (Veliov ha suonato per tre
anni in formazioni jazz). Una pirotecnica formula
musicale che in Italia e' stata portata alla
ribalta soprattutto dalla colonna sonora del film
di Emir Kusturica "Underground", firmata da
Goran
Bregovic. "Ma
con quel progetto non abbiamo niente a che fare",
precisano orgogliosamente Veliov e soci.
La fanfara dei Balcani nasce in famiglia. "Mio
padre - racconta Nat Veliov - mi picchiava per
mandarmi a scuola; non voleva che suonassi la
tromba. Ora e' anche lui nell'Orkestar, insieme a
mio figlio". Il tempo dei gitani, per la famiglia
Veliov, è finito solo qualche anno fa: "Mio
nonno - ricorda Naat - viaggiava ancora in
carovana. Ma noi adesso abbiamo le nostre case e
quando sono in viaggio mi piace pensare che la mia
famiglia mi sta aspettando a casa".
Assistere a un concerto della Kocani
Orkestar è un'esperienza ubriacante, che può
trascinarti in vorticosi balli fino a notte tarda.
Ne sa qualcosa un loro fan italiano, il
cantautore Vinicio
Capossela, che
dal vivo si diverte come un bambino a suonare e
folleggiare con i suoi amici macedoni.



